Nella stanza d’analisi dei bambini


Luciana Mongiovì




Nella stanza d’analisi incontriamo, di solito, bambini considerati – e talvolta già etichettati – come inquieti, chiusi, apatici, che si ammalano di frequente, aggressivi e violenti oppure estremamente timidi e passivi, “strani”, ingestibili, mentalmente “pigri”, con difficoltà nel linguaggio e nell’apprendimento. Nel corso delle prime consultazioni – dove i bimbi portano, da subito, il loro malessere – ci capita di intercettare nel loro mondo affettivo qualcosa d’importante che sembra essere rimasto lontano, nascosto, spesso inascoltato, dunque non accolto e “non-pensato” all’interno di una relazione significativa. Il modello psicoanalitico, fondandosi su un dispositivo clinico, teorico e tecnico rivolto precipuamente ai livelli profondi, inconsci, quindi basilari del funzionamento psichico, offre la possibilità di una piena e responsabile presa in carico del bambino e dei suoi disordini della personalità, dai due anni in poi; disordini che frequentemente sono, appunto, di natura inconscia, e, in quanto tali, necessitano di uno specifico vertice di osservazione e di cura. Ma la psicoanalisi coi piccoli pazienti svela soprattutto il dolore, e talora la disperazione, del bambino sofferente, e ciò richiama ed esige tutta la nostra attenzione. Tale monito segnala, altresì, che la sofferenza dell’infanzia non proviene, esclusivamente, dall’“esterno” (lutti, abbandoni, maltrattamenti, abusi, trascuratezze, ecc.) ma richiede il riconoscimento che si nasce da, e con, un tumulto di ansie e angosce, rispetto alle quali l’unica oasi possibile, per il bambino piccolo, è la presenza fisica e mentale, l’accudimento materiale e la sensibilità emotiva di un adulto amato, o quanto meno affidabile nonché costante: la funzione della mente che si porge come sestante.

Melanie Klein, pioniera della psicoanalisi coi bambini, scriveva, già nel secolo scorso, che i principi fondamentali dell’analisi infantile sono gli stessi che presiedono a quella degli adulti: esplorazione dell’inconscio e analisi del transfert (l’emergere dei rapporti affettivi primari); aveva colto, cioè, la rilevante analogia tra i presupposti della rappresentazione onirica – caposaldo della psicoanalisi freudiana – e quelli della rappresentazione ludica. Sussistono, tuttavia, delle peculiarità nel lavoro coi piccoli: innanzitutto il bambino propone un immediato e diretto contatto col proprio inconscio. Spesso non racconta alcunché di ciò che gli è successo tra una seduta e l’altra, però, entrato nella stanza d’analisi, riprende dal gioco interrotto la volta precedente. Possono non esserci racconti e, a volte, neppure parole ma si presentifica, potentemente, un inconscio, che gli preme dentro, alla ricerca di un accesso per potersi esprimere e di un’altra mente che lo possa accogliere e, plausibilmente, metabolizzare: una comunicazione tra un inconscio e un altro. Contatto immediato con l’inconscio significa, anche, sintonizzarsi coi bisogni primari legati al corpo e con i sentimenti e le emozioni primitive. Ciò comporta una vera e propria irruzione, in seduta, di angosce, arcaiche e assolute, come quella di morire di fame, non controllare i bisogni corporali, cadere, perdersi e morire, per riconoscere, contenere e comprendere le quali è indispensabile, da parte dell’analista, un proprio training lungo e approfondito. La peculiarità (e l’esclusività) di un training lungo e approfondito, nel bagaglio formativo dello psicoanalista, poggia sulla necessità di addivenire a una conoscenza e comprensione precisa della valenza dell’inconscio all’interno della economia psicologica, prima di tutto propria.

E poi cambia il setting (l’insieme delle regole contrattuali del trattamento analitico), rappresentato tipicamente dalla stanza del gioco che, corredata di bambole, animali, giocattoli e fogli per disegnare, assurge a scenario di drammatizzazione del mondo emotivo-affettivo del piccolo paziente. Il gioco (compreso il disegno), attraverso i meccanismi di personificazione, rivela fantasie, qualche volta rudimentali e articolate, che includono e si nutrono di relazioni con l’altro. Gli oggetti materiali, presenti nella stanza dei bambini, possono raffigurare persone che sono fonte di angoscia anziché di protezione, di persecuzione piuttosto che di amorevolezza; non di rado capita che, a fine seduta, la stanza d’analisi sembri un vero e proprio “campo di battaglia”! Come nel trattamento degli adulti, anche nel lavoro coi bambini l’analista si cimenta nell’arduo lavoro di “ricerca” e di comprensione degli aspetti relazionali nell’intrapsichico e, per converso, di quelli intrapsichici nella relazione. Per il piccolo il gioco costituisce, dunque, lo strumento principe per esprimere ciò che gli adulti comunicano prevalentemente con le parole. Che il bambino possa presentare, simultaneamente, una varietà di situazioni, immaginarie o reali, ci aiuta a tracciare un quadro del lavoro della sua mente, dal momento che i giochi assumono una eterogeneità di significati simbolici, correlati con le sue fantasie, i suoi impulsi, i suoi desideri, le sue paure e le sue esperienze. Un fondamento dell’analisi di un piccolo paziente è, pertanto, capire e interpretare il suo gioco delle personificazioni, cui egli da adito in modo del tutto peculiare. Ovvero cogliere e interpretare, trasformandole, fantasie, ansie ed esperienze espresse nel gioco, sulla base dell’“uso” personale che ciascun bambino ne fa in relazione al proprio mondo interno ed esterno, o, se il gioco è inibito, indagare le cause di tale inibizione. Traduzioni generalizzate sono assolutamente prive di significato e di qualunque utilità! Pure su tale aspetto occorre prestare attenzione, aprirsi a domande, essere disposti a sostare temporaneamente nell’incertezza, nel laborioso tentativo di comprendere. Nel gioco si rivela, pertanto, l’atteggiamento del piccolo nei confronti della realtà, mediato dal suo funzionamento psicologico, in una continua e complessa dialettica, articolata su più livelli, tra intrapsichico, interpsichico e relazionale.

Fare analisi coi bambini significa, inoltre, lavorare sui confini e incominciare a differenziare, all’interno della relazione, in termini di vicinanza e lontananza. Qual è la “giusta” distanza in cui poter stare con l’altro in un modo, tutto sommato, soddisfacente? È possibile, così, offrire loro, specialmente a quelli più gravi, l’occasione di un’esperienza relazionale in larga misura inedita, in cui si possono sentire non giudicati e non puniti bensì ascoltati e sostenuti nella crescita, aiutati a interiorizzare quella funzione di limite indispensabile a che possano apprendere a contenere se stessi e a stabilire relazioni più equilibrate e realisticamente gratificanti. In tal senso, la psicoanalisi coi bambini viene annoverata quale trattamento di profilassi per il futuro adulto.

Pubblicato sulla rivista di pediatria regionale «Paidos», 2015.